Diritto Civile


Il Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 1387 - pubb. 06/11/2008

Credito al consumo e collegamento negoziale

Tribunale Milano, 24 Ottobre 2008. Pres., est. Alda Maria Vanoni.


Credito al consumo – Esistenza di tre rapporti bilaterali tra le parti – Collegamento causale – Sussistenza.



In tema di contratti di credito al consumo, la prescrizione dell’art. 124, comma 3, lett a) del TUB, che a pena di nullità prescrive la descrizione dei beni e dei servizi oggetto dell’acquisto finanziato, la previsione dell’azione del consumatore nei confronti del finanziatore di cui all’art. 125, comma 4 (nel testo previgente), nonché la circostanza che quasi sempre nella prassi sono individuabili tre rapporti bilaterali (quello tra finanziatore e cliente finanziato, quello tra cliente e fornitore del bene o servizio e quello tra finanziatore e fornitore) indica l’esistenza tra tali rapporti di un collegamento causale tale per cui “l’esistenza, la validità, l’efficacia, l’esecuzione dell’uno influisce sulla validità, sull’efficacia e sull’esecuzione dell’altro”. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)


 


R.G. n. 60197/2007

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Su ricorso di Banca X s.p.a. – Divisione P., con decreto n. 22969/2007 del 29.6.2006, il tribunale di Milano ha ingiunto a G.M. il pagamento dell’importo di € 3.450,01 oltre interessi e spese quale residuo debito di un finanziamento di £. 5.000.000 erogato nel giugno del 2000.

L’ingiunta M. ha proposto rituale opposizione chiedendo la revoca del decreto ed il rigetto di ogni domanda; ha esposto di aver sottoscritto nel giugno 2000 due contratti di credito al consumo (uno con Banca X, uno con L. s.p.a., con la quale aveva poi trovato una transazione avanti al giudice di pace) ciascuno dell’importo di £. 5.000.000, per un trattamento estetico in otto sedute che aveva prenotato presso il centro estetico di P. s.r.l.; poiché il centro aveva in seguito chiuso e la società era stata dichiarata fallita senza aver fornito alcuna prestazione, l’opponente ne ha dedotto lo scioglimento del contratto di trattamento estetico e la risoluzione di diritto anche del collegato contratto di finanziamento, quale mutuo di scopo. In via riconvenzionale ha chiesto la condanna di controparte alla restituzione dell’importo di € 1.062, pari alle rate già corrisposte alla finanziaria prima del fallimento del centro estetico. Ha eccepito l’insussistenza dei presupposti di legge per l’emissione del decreto ingiuntivo, in quanto il documento prodotto dall’istante non aveva i requisiti (attestazione di conformità da parte di un dirigente, nel caso non identificato) richiesti dall’art. 50 TUB; P. non avrebbe neppure mai erogato al centro estetico la somma di cui ora chiede la restituzione.

Alla prima udienza nessuno è comparso per l’opposta e Banca X è stata dichiarata contumace; su richiesta della difesa attrice le è stato concesso termine ex art. 183-6° comma n. 2 c.p.c.

Nel predetto termine si è costituita Banca X s.p.a. chiedendo il rigetto dell’opposizione e, in ogni caso, la condanna dell’opponente al pagamento della somma portata dal decreto. Ha affermato la regolarità dell’estratto prodotto in sede monitoria, e nel merito ha negato l’automatica risoluzione del contratto concluso con il centro estetico per effetto del fallimento dello stesso (in quanto compravendita di servizi e non appalto) e ha contestato la sussistenza di prova dell’inadempimento di P.; il contratto azionato non sarebbe mutuo di scopo, bensì credito al consumo, in subordine sarebbe qualificabile come mutuo di scopo volontario, laddove il testo contrattuale, all’art. 15, esclude un collegamento causale tra acquisto del trattamento estetico e finanziamento da parte di P.; la somma mutuata era stata trasferita alla P. in forza di mandato irrevocabile sottoscritto dalla M..

Il g.i., rilevato che la tardiva costituzione costituiva violazione del diritto di difesa dell’opponente (che si vedeva precluse le attività di cui all’art. 183-6° comma n. 1), ha rimesso in termini entrambe le parti per il deposito delle memorie di cui all’art. 183-6° comma c.p.c.

All’esito di tali memorie, il g.i. ha ritenuto la causa matura per la decisione senz’altra istruttoria. Precisate le conclusioni nei termini riportati in epigrafe, il giudice ha riservato la decisione ex art. 281 quinquies all’esito del deposito delle memorie conclusive ex art. 190 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- L’opposta si è costituita tardivamente, e la rimessione in termini di cui al provvedimento 8.1.2008 del g.i. riguarda solo i termini di cui all’art. 183-6° comma c.p.c. mentre deve ritenersi maturata la decadenza di cui all’art. 167 c.p.c.

Ne consegue, come ribadito dall’opponente, che Banca X è decaduta dal potere di proporre domande riconvenzionali. Questo tuttavia non comporta inammissibilità della domanda, diversa dal mero rigetto dell’opposizione, proposta dall’opposta. L’opposizione apre infatti un giudizio di cognizione piena sulla pretesa azionata dal ricorrente in monitorio, e costituendosi tardivamente Banca X non ha fatto altro che chiedere il pagamento che aveva chiesto con il ricorso per ingiunzione. La richiesta “in ogni caso” di “condannare la sig.ra G.M. al pagamento in favore di Banca X s.p.a. della somma di € 3.450,01 oltre interessi convenzionali di mora a decorrere dal 23.2.2007 fino al saldo” non costituisce una nuova domanda riconvenzionale (in quanto non ampia il thema decidendum né il thema probandum), ma è la stessa pretesa di cui al ricorso per ingiunzione.

L’atto di opposizione contesta l’efficacia probatoria dell’estratto conto posto da P. a corredo del ricorso in monitorio, osservando che il documento prodotto non può ritenersi estratto conto ai sensi dell’art. 50 d.lgs. 1.9.1993 n. 385 (TUB), non essendo stato sottoscritto da un dirigente della banca. Il rilievo è fondato; l’art. 50 del TUB permette alle banche di ottenere decreto ingiuntivo “anche in base all’estratto conto certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve anche dichiarare che il credito è vero e liquido.” Il legislatore ha cioè riconosciuto efficacia probatoria, nell’ambito del procedimento sommario, a una dichiarazione unilaterale dell’istituto di credito, purché sottoscritta da un dirigente che si assume la responsabilità di tale dichiarazione. Nel caso in esame il documento prodotto in monitorio non è sottoscritto da alcun dirigente dell’opposta; vi compare solo una sigla illeggibile sotto la dicitura “Banca X s.p.a. – Divisione P. – Gestione Contenzioso”. L’impersonalità della dicitura e quindi l’impossibilità di identificare il firmatario e la sua qualifica – elemento essenziale secondo la previsione legislativa – escludono che il documento prodotto abbia i requisiti di cui all’art. 50 cit.

 

2.- Ciò tuttavia, per quanto prima rilevato, non impedisce all’opposta, in questo giudizio di opposizione, di provare in altro modo la fondatezza del suo credito.

In proposito l’opposta evidenzia il contratto di finanziamento sottoscritto dalla M. in data 28.6.2000 (doc. 2 monitorio, con la quale l’opponente ha dato mandato irrevocabile alla banca di corrispondere direttamente alla convenzionata P. l’importo di cui al finanziamento, ossia £. 5.000.000) e l’estratto del conto corrente intestato alla P. da cui risulta, in data 30.6.2000 con valuta 28.6.2000, l’accredito mediante bonifico dell’importo di £. 5.000.000 in relazione a M. Graziella (doc. 3 opposta). L’avvenuta erogazione del finanziamento, che inizialmente la M. aveva messo in dubbio, può ritenersi provata e non è più contestata, anzi è affermata nelle difese conclusiva dell’opponente (comparsa conclusionale pag. 8, memoria di replica pag. 3).

 

3.- L’opponente chiede la risoluzione del contratto di finanziamento intercorso con P. come conseguenza della risoluzione di quello intervenuto con P., dichiarata fallita dal tribunale Verbania.

Banca X nega che il contratto tra M. e P. si sia risolto di diritto per effetto del fallimento, e in ogni modo nega la sussistenza di un collegamento negoziale tra di due rapporti contrattuali (M.-P. e M.-P.) di talché la risoluzione del primo comporti la risoluzione del secondo.

La seconda questione logicamente viene prima e coinvolge la qualificazione del rapporto dedotto in giudizio.

Non può ravvisarsi nella fattispecie di cui è causa - come, seppur con qualche incertezza terminologica, sembra ritenere la difesa opponente – un’ipotesi di mutuo di scopo. Il mutuo di scopo è un contratto consensuale atipico, in cui la pattuita destinazione della somma mutuata costituisce espressa obbligazione assunta (assieme a quella della restituzione) dal mutuatario non necessariamente consumatore; il mutuante (che può essere soggetto diverso da quelli indicati nell’art. 121-2° comma TUB) ha un preciso interesse, pubblico o privato alla realizzazione dello scopo pattuito; la clausola di destinazione (non solo acquisto di beni o servizi), da cui deriva un potere di ingerenza del mutuante nella concreta utilizzazione della somma mutuata, ha dunque particolare rilevanza in tale tipo di contratto, e differenzia la fattispecie dalla generica categoria del finanziamento finalizzato.

La fattispecie negoziale in esame corrisponde invece allo schema del credito al consumo (anch’esso ricompreso nella più ampia categoria dei finanziamenti finalizzati), come descritto e regolato dagli artt. 121 – 125 del d.lgs. 1.9.1993 n. 385 (TUB): è indiscussa la qualità di consumatore in capo alla M., non ricorrono le ipotesi ostative di cui all’art. 121-4° comma. Non viene in applicazione, ratione temporis, la successiva disciplina di cui al c.d. codice del consumo di cui al d.lgs. 6.9.2005 n. 206.

Come riferito, la M. richiese ed ottenne due contemporanei finanziamenti (uno da Banca X, uno da L.) ciascuno per la metà del prezzo richiesto dalla P.; ciò esclude de plano l’esistenza di un rapporto di esclusiva tra P. e Banca X, ma la circostanza non è assorbente in senso negativo all’opponente ex art. 125-4° comma TUB (nel testo all’epoca vigente), in quanto nel presente giudizio la M. non esercita un suo “diritto di agire contro il finanziatore”, ma solleva un’eccezione di inadempimento verso il finanziatore che chiede l’adempimento del contratto di finanziamento.

Il contratto di credito al consumo deve contenere, ex art. 124-3° comma lett. a), la descrizione analitica dei beni e dei servizi oggetto dell’acquisto finanziato. Tale contenuto è prescritto a pena di nullità (relativa, ossia rilevabile solo dal cliente ex art. 127-1° comma TUB; nel caso in esame tale analitica descrizione manca ma manca anche la relativa eccezione). Tale prescrizione, in una con il dettato del 4° comma dell’art. 125 (nel testo all’epoca vigente) è significativa di un collegamento tra il rapporto di mutuo e quello di fornitura di beni o servizi; dal suddetto 4° comma dell’art. 125 emerge anche l’esistenza di un rapporto tra il finanziatore e il fornitore, tant’è vero che in caso di esclusività il cliente ha azione verso il finanziatore per l’inadempimento del fornitore.

Nella prassi, ed anche nel caso concreto di cui è causa, la fattispecie si costruisce su tre rapporti bilaterali: quello tra finanziatore e cliente finanziato (cfr. la richiesta di finanziamento P. doc. 2 opposta), quello tra cliente e fornitore del bene o servizio (doc. 2 opponente), quello tra finanziatore e fornitore (ossia la convenzione che abilita l’esercente a raccogliere e trasmettere al finanziatore le richieste di finanziamento dei suoi clienti). Tale ultimo rapporto non è direttamente documentato in causa, ma emerge con evidenza e senza possibilità di contrarie argomentazioni dalla stessa documentazione su cui l’opposta fonda la sua pretesa, ossia dalla richiesta di finanziamento, compilata da P. su moduli intestati e predisposti da Banca X (cfr. in particolare clausola 1 delle condizioni generali), con espressa assunzione di responsabilità in relazione al fatto che “le firme sulla presente richiesta sono state apposte personalmente e in mia presenza dai richiedenti i cui dati personali riportati sulla stessa sono stati confrontati con i documenti di identità esibiti in originale” (doc. 2 opposta).

Il collegamento tra questi tre rapporti bilaterali attiene alla causa degli stessi, e non solo al piano delle motivazioni. Gli interessi dei tre soggetti coinvolti sono geneticamente intrecciati, in una connessione teleologica per così dire circolare. La possibilità di ottenere un finanziamento muove il consumatore all’acquisto, ciò amplia le occasioni di vendita dell’esercente convenzionato e nello stesso tempo acquisisce un nuovo cliente al finanziatore. La volontà di collegamento emerge dalla stessa modulistica utilizzata e predisposta dai professionisti Banca X e P.. Il contratto tra M. e P. indica espressamente il finanziamento di cui è causa, assieme a quello richiesto da L., come modo di corresponsione del prezzo pattuito; il modulo di finanziamento prestampato (doc. 2 opposta, 3 opponente) prevede il mandato irrevocabile alla Banca X “a versare esclusivamente al venditore convenzionato indicato nel presente contratto l’importo relativo al ‘totale finanziamento” (con ciò escludendo ogni ancorché provvisoria disponibilità della somma mutuata da parte del consumatore finanziato); la clausola n. 1 delle condizioni generali di finanziamento P. precisa che il finanziamento viene concesso, a insindacabile giudizio della banca, “a soggetto che abbia inoltrato la presente richiesta per tramite di un operatore commerciale convenzionato con la banca stessa al fine di acquistare, presso quest’ultimo, il bene e/o il servizio desiderato”; la clausola 15 presuppone accordi (ancorché non esclusivi) tra banca ed esercente. Rileva, infine, la contemporaneità tra la sottoscrizione della compravendita e la richiesta di finanziamento (entrambe in data 28.6.2000).

Ne deriva che “l’esistenza, la validità, l’efficacia, l’esecuzione dell’uno influisca sulla validità, sull’efficacia e sull’esecuzione dell’altro” (cass. 8.7.2004 n. 12567).

La clausola 15 del contratto di finanziamento (“per qualsiasi controversia inerente a forniture di merce e/o a prestazione di servizi, il cliente, riconoscendo che la banca non ha stipulato né con l’operatore commerciale né con l’esercente convenzionato accordi che attribuiscano alla banca stessa l’esclusiva per la concessione di credito ai clienti di quest’ultimo, deve rivolgersi unicamente agli stessi, non restando nel frattempo né escluso né sospeso l’obbligo del cliente di effettuare i rimborsi nei termini e con le modalità di cui agli artt. 2 e 11”) nella sua ultima parte costituisce, dunque, una clausola predisposta dal professionista che limita la facoltà del consumatore di opporre eccezioni al finanziatore-professionista. Tale clausola va qualificata vessatoria ex art. 1469 biscomma 3 n. 18 c.c. e, non essendo stata oggetto di specifica trattativa – né, peraltro, di espressa approvazione da parte del cliente: se ne deve dunque ritenere l’inefficacia ex art. 1469 quinquies. Né potrebbe in contrario invocarsi l’esclusione di cui all’art. 1469 ter comma 3 in relazione all’art. 125-4° comma TUB, in quanto, come già rilevato, tale ultima norma, in assenza di un accordo esclusivo tra finanziatore e fornitore, nega al consumatore il “diritto di agire” contro il finanziatore ma non gli impedisce di sollevare eccezioni.

5.- E’ pacifico che P. non fornì il servizio pattuito – sedute di trattamento estetico – e che venne dichiarata fallita con sentenza 7/2001 del tribunale di Verbania.

Il rapporto tra M. e P. non può rientrare nello schema negoziale della compravendita: all’evidenza, non si tratta di un contratto che trasferisce con il consenso la proprietà di un bene, bensì di un negozio con effetti obbligatori, in cui P. ha promesso un’opera o meglio un servizio, ossia delle sedute di trattamento estetico. Non sembrano pertanto appropriate le argomentazioni spese dalla difesa opposta sul presupposto che si tratti di una compravendita.

A prescindere dagli effetti legali su tale contratto della dichiarazione di fallimento di P., rimane comunque il dato oggettivo del mancato adempimento, ossia del non conseguimento, da parte dell’attrice, del bene della vita per ottenere il quale aveva chiesto il finanziamento P.. L’inadempimento di P. rende non dovuto il prezzo pagato, e quindi fa venir meno la causa del finanziamento da parte di Banca X; non essendo stato fornito il servizio, è venuta meno la stessa causa dell’erogazione effettuata da Banca X a favore di P..

Tale inadempimento è valorizzato dalla M. come motivo di non debenza della pretesa azionata dalla banca (in sostanza una exceptio inadimplenti) ed anche per la risoluzione del contratto di finanziamento.

La domanda di risoluzione urta contro il dato testuale dell’art. 125-4° comma TUB, che in assenza di contratto di esclusiva tra finanziatore ed esercente impedisce al cliente di “agire contro il finanziatore”: dovendosi ritenere che con il termine “agire” il legislatore abbia inteso ogni possibile domanda rivolta nei confronti del finanziatore, ivi compresa quella di risoluzione. Per lo stesso motivo non può accogliersi la domanda riconvenzionale di restituzione delle rate già rimborsate.

E’ invece fondata l’eccezione di inadempimento, con la conseguenza che nulla è più dovuto dalla M. e che il decreto ingiuntivo va revocato.

Le spese seguono la soccombenza dell’opposta e vengono liquidate a favore dell’opponente in complessivi € 3.785,00 di cui € 2.090 per onorari, € 1.110 per diritti, € 400 per spese forfettarie e € 185 per esborsi, oltre oneri fiscali e previdenziali come per legge.

P.Q.M.

Il tribunale definitivamente pronunciando in contraddittorio tra le parti, ogni contraria istanza ed eccezione respinta,

in accoglimento dell’opposizione proposta da G.M., revoca il decreto ingiuntivo decreto n. 22969/2007 del 29.6.2006,

rigetta le ulteriori domande dell’attrice opponente,

condanna l’opposta Banca X s.p.a. a rimborsare all’opponente le spese del giudizio di opposizione, come sopra liquidate in complessivi € 3.785,00, oltre oneri fiscali e previdenziali come per legge.

Così deciso in Milano, li 24 ottobre 2008